domenica 26 febbraio 2017

Alla biblioteca comunale di Crotone - 25.2.2017



Questa, la notizia: una notizia come tante, positiva come poche. Avrà destato, in chi l’ha letta, la solita reazione compiaciuta, l’equivalente di una cordiale pacca sulla spalla alla “Prof” del Liceo Classico Pitagora -così la chiamavano i suoi alunni- Daniela Salerno, all’Assessore Antonella Cosentino che ha promosso l’idea, al Direttore della Biblioteca, Luciana Proietto, che ha contribuito a realizzarla.

Ma chi, come me, è stata “dentro” quell'accadere mentre srotolava il progetto, ha ricevuto molto altro. Saliva come una gioia bambina nel toccare con quanta assertività alcuni ragazzi -tutti belli! - si facevano carico di illustrare il lavoro svolto; una goduria quei giovani sorrisi compiaciuti, l’emozione che mozzava loro le parole, gli sguardi bassi, le piccole amnesie, quel colorito che s‘accendeva e scompariva subito dalle guance. E ancora, la permalosità di alcuni nel sostenere i propri paladini/scrittori (… mi ha ricordato la foga con cui difendevo i miei, le annotazioni a matita a margine di ogni libro, la pagina di diario dedicata al romanziere del momento e qualche lacrima dedicata al protagonista del suo ultimo romanzo).

sabato 25 febbraio 2017

Immagine convessa di Vincenzo D'Alessio



Conosco l’autore e ho aperto questo libro, Immagine convessa – Fara Editore 2017, conscia di trovare all'interno, oltre alla poesia, il sapore del grande romanzo: quel tutto organico che restituisce una precisa atmosfera da cui, tu lettore, non ti divincoli tanto è solida e ben costruita. Un buon libro di poesie -e questo libro di poesie- è come entrare in una casa che ha una sua precisa identità: ne percepisci i profumi, le ombre tenaci e quelle più docili alla luce variabile del giorno, gli angoli già carichi di storia, quelli con pareti pastello pronti a darti il benvenuto e altre dove fanno da protagoniste tende immobili statuarie e, dietro, una finestra che da tempo non si apre più. Un buon libro di poesie ha in sé l’invito ad entrare nello spazio esistenziale di chi l’ha scritto, di chi ha saputo raccogliere nell'unico linguaggio che gli è più consono, i suoi silenzi.

Titolo e copertina -che rappresenta la foto del figlio dell’autore, Antonio, morto giovane e bello -, sono un tutt'uno: l’uno spiega l’altra e viceversa. Non penso esista un genitore che vorrebbe sopravvivere alla morte di un figlio: con lui -il figlio- si spegne il mondo di chi, come un genitore appunto, lo ha amato visceralmente ed ha intrecciato nel bene e nel male la propria vita alla sua; di chi, ora, non sa più che farsene della propria vita così sprogrammata e, per sempre, disarticolata da tanto dolore. A meno che -a meno che …- non si raggiunga un compromesso e, quindi, una sorta di possibile convivenza con una sofferenza accesa sempre, ma che ora si lascia centellinare. Vela ancora gli occhi e ancora deforma l’immagine: ogni immagine, che torna convessa verso l’alto come un calice colmo di tanta appassionata umanità: chiavi di un regno, mappa di tanti orizzonti.

Da pag. 79 (meravigliosa!)

venerdì 27 gennaio 2017

Oggi, 27 gennaio 2017


È nebbia è buio, gli occhi non cercano una traiettoria, soppesano il caos fumoso e trovano una giustificazione alla loro inerme cecità. Dopo, solo dopo ti accorgi che il non esserti addentrata non è stata esattamente una tua scelta ma l’unica forma di sopravvivenza.

Ho sempre pensato che sperare abbia in sé un nucleo indistruttibile infitto e innato di felicità. Non si tratta di una sana abitudine o il frutto di un’educazione né credo sia la prerogativa dell’ottimista -anzi … se penso alla speranza penso a un buio tubero: solo alcuni dei suoi germogli, in un lento moto verticale, si dissotterrano seguendo la luce che è riuscita a raggiungerlo nei suoi anfratti. Sperare, quindi, potrebbe essere il risultato di una buona manutenzione della realtà: eliminare le ragnatele che impediscono a quella luce di raggiungere i miei avvallamenti, e illuminarli e vivificarli.

In quel tubero, l’albero da cui proviene e quello che lui stesso sarà, ecco perché cresce nella terra dei senza-sogni. Così silente, il dolore è stata la tappa più vicina a questo momento in cui ogni energia non è più impegnata -e sprecata- a credere in

venerdì 1 luglio 2016

Conflitto in corso


Ciò che desideri, a volte, è stare il più possibile lontana da te stessa: sei un groviglio di fastidiose sensazioni. La parte guerriera di te è disponibile, ma quella paciera no, ed hai bisogno di entrambe per affrontarle.
E allora perdi tempo in mille stupidaggini: ti organizzi una giornata al mare o una passeggiata lontana con il podcast interessante, da giorni messo da parte.
Ogni tanto, una fitta, come un corto circuito: lui – il groviglio – sta là, e recalcitra.
Bene, facciamo i conti: si faccia avanti il primo pensiero molesto – se la paciera è ancora latitante, la guerriera è pronta a beccarsi l’occhio nero e a sferrare cazzotti (appendo il cartello fuori la porta: conflitto in corso, tenersi a debita distanza).



lunedì 22 febbraio 2016

Le bambine di Carroll di Bonifacio Vincenzi



Le bambine di Carroll di Bonifacio Vincenzi


Nel titolo, così nell’esergo, la chiave di lettura dell’intera silloge, un sapore di pelle vissuta, una sorta di vademecum, mementi che fanno da argine e cammino. Un contenitore, la vita. Poco importa se sarà piccolo o grande, il suo spessore non lo dà il tempo -che, di sua natura, può solo indicare quantità, non qualità- ma l’afflato nell’attimo, la passione a vivere. Il contenuto è comune a tutti: meraviglie e orrori, torpori letargici e dinamismi improvvisi, logoranti inquietudini e dolcezze inattese -poi, isole felici. Ognuno è Alice: quale la strada?... dove andare? Il Nostro ha già un percorso alle spalle e, di quello, una lettura (Nessuno sceglie la salita pag.13)

Nessuno sceglie la salita
un’ammirabile terribile forza
spinge verso la discesa

Siamo la corsa che ci rende
ciechi
il viaggio infinito e mai goduto

Parlami di me stesso
raccontami dei sogni
lo chiedo a te che sei me

Mio purissimo impostore
creatore del già creato, dimmi
chi distingue più
il durevole dal passeggero

Chi raggiunge più
il distacco con la calma

nessuno sceglie la salita
nessuno ama più la vita

venerdì 5 febbraio 2016

A dieci minuti da Urano di Carla De Angelis


Di tutto restano tre cose: la certezza che stiamo sempre iniziando, la certezzache abbiamo bisogno di continuare, la certezza che saremo interrotti prima di finire.
Pertanto, dobbiamo fare: dell’interruzione, un nuovo cammino, della caduta, un passo di danza, della paura, una scala, del sogno, un ponte, del bisogno, un incontro. (F. Pessoa)
Il poeta, più di chiunque altro, conosce il senso della precarietà -lo combatte, ci lavora, di fondo dannazione e salvezza. Dio solo sa quanto il suo scriverne sia un modo come un altro di attraccare al sicuro, di scansare la tempesta. Ecco allora che Urano è la nostra casa sull’albero che, causa forza maggiore, deve rimanere -almeno- a 10 minuti da noi: sospesa, quanto basta, dalla terra -qui il quotidiano non dà tregua: inghiotte e omologa; sospesa anche dal cielo e, anche qui, quanto basta per gustarne la solitudine e allargare, nel segreto, le proprie ali

Pag.15

Mi sveglio: vesto come sono apro l’armadio
Del futuro

affido al cassetto la notte sospendo allo
specchio

l’affanno delle scale
le mani stanche, lo sguardo della nostalgia

la certezza di aver sognato il sudore dell’anima

sabato 16 gennaio 2016

AcciaioMare di Angelo Mellone


ACCIAIOMARE – IL CANTO DELL’INDUSTRIA CHE MUORE
Angelo Mellone – Marsilio Editore 2013


Tutto ruota intorno a un ricordo: nello stabilimento dell'Italsider viene celebrato, alla presenza di migliaia di addetti ai lavori  -dirigenti e operai- il rito funebre di uno di loro, morto tra i veleni di quella fabbrica -non è uno dei tanti, ma tra i fondatori. Alla fine del rito, qualcuno consegna al figlio tredicenne - il nostro autore- l'elmetto giallo con su stampigliato il nome del padre (pag.30)

Qui niente lacrime neppure per il ragazzino intabarrato
in scioccata compostezza,
anche lui soldatino attrezzato del casco di suo padre
qui la civiltà chiede carne
e carne riceve
e sangue che orina orgoglio e non piscio,
e sia maledetto chi sputa sulla Storia

Ē tān ē epi tās ”o reggendo lo scudo (da vincitore), o steso sullo scudo (da morto). Era il motto del guerriero spartano: gli era consentito di essere vinto solo al prezzo della sua stessa vita. Alcune “vittime del lavoro” hanno lo stesso profilo e il virgolettato, nello specifico, non rende giustizia senza il chiarificato di Primo Levi "l'amare il proprio lavoro, privilegio di pochi, costituisce la migliore approssimazione alla felicità sulla terra” -  (pag.35)

Quando la poesia implementa il calore


Ringrazio Carla De Angelis, attenta organizzatrice dell'evento, la Biblioteca Nicolini tutta -nelle persone dei suoi responsabili- e quanti hanno permesso di realizzare quella che si è rivelata una serata ricchissima di stimoli, all'insegna di un calore umano che la poesia ha, come sempre, magistralmente implementato.

Con cuore grato e amico.


sabato 9 gennaio 2016

POESIA A CORVIALE - Roma 13.1.2016 h. 17.00



Su tutto, mi emoziona l’incontro -una speranza- con amici di facebook che, ormai, di virtuale hanno ben poco perché compagni all’anima…