venerdì 4 agosto 2017

Patrizia Poli su Piccoli forse



Tratto dal blog Signora dei Filtri

La poesia sembra appartenere a un mondo che c’è già, ecco il senso di quella lettera minuscola all’inizio di ogni lirica nella silloge Piccoli forse di Angela Caccia. Il poeta opera un’azione di maieutica e tira giù le parole da dove esse vivono di vita propria, da un altrove che è già iniziato prima che leggessimo.
Piccoli forse, dunque, piccole possibilità che si traducono in poesie dedicate al padre, alla madre, all’arte, al poetare stesso, inteso come bisogno incontenibile ma anche rifugio. Il vizio di scrivere parole/è solo un mio punto di riparo. E ancora, affidarsi a un foglio/come a un ventre. La poesia protegge e genera allo stesso tempo.

mercoledì 19 luglio 2017

Storie di un tempo minore di Angela Angiuli


È come se lanciassimo qualcosa di noi -scardinato dalla nostra struttura che ci identifica, lontano da un linguaggio comune convenzionale- oltre noi: sarà questo un buon verso. Non cade, non scivola, ma siamo noi a lanciarlo in un immaginario oltre, perché viva di vita propria; una parte che ci appartiene ma che è giusto se ne differenzi per quel suo dire e raccontare aldilà dell’io che l’ha generato.
È il gusto di un momento di grazia: in una lingua impopolare, come inesplorata, un fiato d’anima -o chi per lei- nell’attimo in cui è stritolata o avvolta da braccia possenti.

Una considerazione che mi ha suggerito la lettura di questa BELLA silloge di Angela Angiuli, Storie di un tempo minore, edito dalla Fara di Alessandro Ramberti. Il titolo, a primo acchito, spiazza un po’, ma tutto si gioca su quell’aggettivo, minore, che -forse … probabilmente… - non indica qualcosa di inferiore ma di subordinato, non di marginale ma di giovane, sorgivo.
Sul retro della copertina, sette righe dell’autrice spiegano il motivo e l’ispirazione di questi versi succosi: un prosimetro

“Questo libro è stato scritto per il dolore di molti e per la vita che in tutti continua a circolare e a sporgerci in avanti, nonostante tutto. È stato scritto in dialogo d’intimo silenzio con Mino, fratello minore, che a 37 anni ha lasciato questa vita per l’Altra. Continuerà ad essere scritto in tutti coloro che leggendolo troveranno voce per tutto quello che in noi non ha suono”.

mercoledì 12 luglio 2017

Parole di un'anima di Antonio Bevilacqua



Parole di un’anima …  a leggerla, questa silloge, opera prima di Antonio Bevilacqua, ritornano come delle sensazioni: da dietro i vetri guardo la neve scendere, la ascolto, ogni fiocco si unisce al manto e, toccandolo, pare dia voce, per attimi, al silenzio assorto di cui è intriso il suo breve viaggio.

Piccole chicche dove la parola è talmente pesata e dosata che fa subito presa sul lettore -a lui spetta, poi, il compito di fare i conti con l’emozione rintuzzata e portare a finitura quei versi, dentro di sé. È la magia della poesia, la sua universalità: se chi la legge si ritrova, emotivamente gli appartiene, così diventa quasi un dettaglio il nome dell’autore.

Antonio Bevilacqua, un giovanottone di Cutro (Calabria), bello ed empatico, è stato attore “ha soggiornato per un periodo a Roma e nella città eterna ha affinato la sua ispirazione artistica potendo frequentare registi del calibro di Mimmo Calopresti, Pupi Avati, Pasquale Scimeca – importante il rapporto col Maestro Vittorio De Seta”. Ma quando -e se- si approda alla poesia, vuol dire raggiungere la consapevolezza di un’esigenza -congenita o acquisita nel tempo?... –, quella di avere un rapporto più profondo con le cose e, soprattutto, con un io che ha tanto da dire, da trovarsi e scovarsi, decifrare e decifrarsi.

sabato 1 luglio 2017

Gabriella Modica -Versante Ripido- su Piccoli Forse


Da Versante Ripido

Esiste un luogo che appartiene al singolo, e che scandisce tutta la sua esistenza, custode e testimone di uno confronto reciproco e incessante fra il materiale, fuori, e il sensibile, dentro.
Ogni umanità gli dà una struttura, lo arreda come farebbe con la propria casa, dove raccogliersi, mettere a posto i pensieri, nutrirsi di ciò che si ritiene più salutare.
Ogni essere umano ha un parametro che stabilisce cosa far entrare e cosa far uscire, e da cosa o da chi è permesso che questa dimensione venga attraversata.
sul vetro appannato disegno
un sole: un cerchio e qualche linea intorno
lo schizzo è basico essenziale
– sarà terso o nuvoloso, lì fuori?
poco importa, al di qua
decido io, sovranamente


C’è chi sceglie una casa con tante finestre che lascino entrare e uscire la corrente da un punto all’altro. C’è chi lascia scorrere i propri pensieri sui tetti delle città, chi riempie gli ambienti di vecchie fotografie, chi preferisce uno scorcio da cui potersi rigenerare alla vista del mare, chi tiene in modo particolare alla illuminazione, chi affida la speranza di nuove vite a scaffali ricolmi di libri che magari non farà in tempo a leggere tutti, e chi, preferendo uno stile minimale, semina qua e là dei promemoria, dei lumini, tanti piccoli lumini. Tanti piccoli forse.

Laura Corsini -SoloLibri.net- su Piccoli forse - LietoColle Editore




Piccoli forse”. Il poeta - anzi, la poetessa - qui si fa cantore delle piccole cose, come nei migliori crepuscolari, come in Guido Gozzano che faceva rimare Nietzsche e camicie e parlava di
“piccole cose di pessimo gusto”.
Nella silloge di Angela Caccia, parimenti, l’osservatore è minuscolo e si mette a guardare ciò che lo circonda da diverse prospettive. Ogni sezione del libro ha il suo punto di vista, la sua differente angolazione. Perché il recinto che ci accoglie conta, influenza la nostra visione del mondo, intride il nostro animo di smarrimento o, al contrario, di un diffuso sentimento di amore e appartenenza. Angela si sporge dalla torre campanaria, dal grande terrazzo - che molti considerano solitudine e dove lei ritrova la sua dimensione equilibrata in mezzo ai fiori -, dalle sughere e dalle pietre - che tradiscono un’appartenenza calabra e offrono già, da brevi pennellate, l’immagine di una natura aspra, severa e affascinante -, e infine da una casa sull’albero, il sogno di ogni bambino che si annida in noi. Lo scenario naturale abbraccia il poeta, si fonde con lui in una corazza che penetra anche l’anima e la fa parlare. E ci sono i colori, vivaci, che riempiono gli occhi, come l’azzurro, il lilla, e ci sono i fiori, le rose, le margherite, lo spazio è via via sterminato o piccolo come una aiuola, porto sicuro proprio per la sua dimensione angusta. 
La prima poesia che si incontra contiene la poetica di questa raccolta:

domenica 18 giugno 2017

Alessandra Cerminara su Piccoli forse


LA SCRITTURA COME RISPOSTA CERTA

Quando ho incontrato Angela per la prima volta, mi ha subito raccontato la sua storia personale con la poesia, nata a suo dire dalla “giusta dose di frustrazione” derivante da un lavoro da impiegata. Leggendo in seguito Piccoli forse, l’ultimo “librino” (come lei con candida modestia lo definisce) di Angela Caccia, -ben venga- pensai -la frustrazione impiegatizia, se questi sono i frutti che produce! se anche la morte, limite ineluttabile dell’esistenza, ubriacata da un leggiadro girotondo di parole (lei che si fa beffa di tutti) subisce la beffa, il raggiro della forza eternatrice della poesia. È questa la prima istanza dei suoi versi: urtare il senso della precarietà e l’angoscia della perdita: perdita della bellezza, dell’amore, delle piccole grandi cose che conferiscono senso e sapore alla vita. Una vita che lei, Angela, coltiva tutti i giorni sul suo “grande terrazzo”, mescolando con le sue mani esperte “ai semini lucidi e lisci” anche i sentimenti, vero concime per la felicità. Nella silloge Piccoli forse “il cielo brucia più forte dell’inferno” e l’amore è segreto antidoto alla paura.  Il demone del tempo e la sua compagna morte vengono esorcizzati da versi asciutti e netti, in cui un “fiato che parla di bene” e un abbraccio restituiscono alla vita tutto il suo prorompente vigore.

giovedì 1 giugno 2017

Vincenzo D'Alessio su Piccoli forse


Dal Blog di Farapoesia

Il testamento ardente e sincero di una voce stupenda



La raccolta di poesie che reca il titolo Piccoli forse scritta da Angela CACCIA è divisa in quattro parti: “La torre campanaria”; “Dal grande terrazzo”; “Dalle sughere e dalle pietre” e  “Da una casa sull’albero”, esse formano una parte del testamento terreno della poeta. 
Giunta alla maturità, la parola poetica chiede alla Nostra un posto immemore nell’esistenza e nella scrittura: magma cogente da troppi anni in viaggio verso la luce. 
L’io guerriero gareggia con la parola distendendola nelle diverse direzioni: l’amore verso sé stessa; l’amore verso la persona amata, i figli, i genitori; ora l’amore verso i luoghi e la memoria, il mare e l’energia che lo governa. 
Non è facile seguire il racconto che si snoda nel labirinto della mente poetica: raggiungere le forme reali da quelle volutamente inventate per allontanare l’avversaria che emerge e compare già nella seconda poesia a pag. 16: 

“(…) (fosse tua la perdita, o mia, mi abituo / a declinare la parola morte, denominatore / che non fa sconti a chi resta)” 

martedì 30 maggio 2017

Alessandro Ramberti su Piccoli forse



È UNA FERITA LA BELLEZZA – Dal blog FARAPOESIA


“… mi abituo / a declinare la parola morte, denominatore / che non fa sconti a chi resta) // non chiedermi il perché / di questi adombramenti / il vento – a volte – ha carezze tristi” (p. 16). Se la morte, come ci ricorda Leopardi nelle Operette morali, è “nemica capitale della memoria” eppure ha care la Rime del Petrarca, trovandovi il suo Trionfo, la nostra vita – mutevole e precaria in vario grado e comunque a scadenza – non può che veleggiare umanamente in bilico fra essere e non essere (si veda la precedente raccolta Il tocco abarico del dubbio) e fare del “forse” una strategia di sopravvivenza. Certo rimane sempre aperta la prospettiva della fede, che ingloba l’incertezza e dà sostanza alla speranza, ma Angela Caccia sa ben essere ancorata anche alla quotidianità, con le sue fatiche (“… si viaggia tutti / con un’Itaca nel cuore e il puzzo / di un incendio domato addosso”, p. 34), le sue svolte inattese se non incredibili/incomprensibili (anche in senso positivo), le sue domande eterne che rimangono razionalmente senza risposta, se non appunto dubitativa o contraddittoria: “(quale dose di distrazione è concessa / perché il peccato si chiami buona fede?)”, p. 56; “e chissà se le stelle profilerebbero / il tuo volto se le legassi / con un tratto di matita”, p. 58; “i sogni, solo nuvole che s’azzuffano / – la realtà è da sempre dissidente – / ma non sarà un sogno a dilaniarti, / piuttosto il non crederci fino in fondo”, p. 73.

lunedì 29 maggio 2017

Lettera aperta


Toglierti dalla nicchia, sradicarti dal bordino dorato di un santino che ti fa Madonna di stelle e lontana anni luce, per invitarti a sedermi di fronte. Che senso ha inserirmi tra le più alte beatitudini, tra quelli che “crederanno senza vedere”, se sai bene che ho bisogno di farlo carne questo credo, di farlo ora e futuro prossimo, e anche passato, nella misura in cui potrò cambiarvi il finale.
Sai quante volte ti ho immaginato in un semplice abito di cotone… di quelli morbidi che lasciano intravedere le forme belle, senza accendere pensieri maschi, forme di donna più che di femmina anche se il tuo sguardo include entrambe. Ti chiamo perché tu sia in qualche modo di corpo, di voce e respiro, di capelli lunghi e legati alla nuca, di pelle morbida e soda, di mani semplici, di dita che conoscano il lavoro duro, senza unghia laccate. È un’impresa, lo so, ma ci provo ogni volta e a volte succede, succede che io parli e mi sembra di non parlare a vuoto. Conosco degli scrittori molto bravi a materizzare un semplice pensiero, e tu, che sei pensiero di fede, dovresti avere più forza e volontà a renderti presente al mio presente: ne ho blaterate troppe avemaria, ora ti sto chiamando, per nome e a parole mie …