giovedì 9 novembre 2017

Non mi crederai


ACCECATE I CANTORI - silloge di Angela Caccia, Fara Editore 2017



Questo libro -vincitore del concorso “Versi con-giurati” (in appendice, alcuni inediti dei poeti Lucianna Argentino e Francesco Filia, membri della giuria) vi scaverà a fondo con il suono di immagini bellissime nella loro concretezza palpabile, con la poesia che si rivela (assieme alla preghiera) forse l’unica modalità di accettare la parola fine, di predisporsi -tremanti, timorosi e tuttavia fidenti- ad accogliere quella soglia abissale e ignota che sembra ingoiare ogni senso, ogni parola.
                                                        
                                                              Alessandro Ramberti




sabato 16 settembre 2017

"A raccontar le stelle" rassegna culturale Roccabernarda 15.9.2017



Ci sono cose che vanno lasciate libere in superficie, che è bene non appropriarsene. Prendi, ad esempio, un evento come quello di ieri: la presentazione di mie poesie alla bella gente di Roccabernarda e hinterland.

Comunemente e per tutti, un evento culturale; per un poeta (penso che il mio sia un sentire comune), il dopo è un’incognita, a tratti uno strappo: versi come parti serrate di te –di anima di inconscio di pudore- porti e sparpagliati nell’anima, al pudore e all’inconscio di una platea – quella di ieri sera, ricettiva fino alla commozione.

Cosa avrà dato il poeta coi suoi versi? Cosa sarà rimasto all’orecchio paziente che “ha visto” attraverso l’ascolto e gustato nella navata di una cappella con mura così diroccate e così cariche di voci e di atmosfera? Certe cose vanno prese senza rivendicare alcuna appartenenza perché abbiano il bene di essere lette attraverso le buone intenzioni che le hanno animate.

venerdì 4 agosto 2017

Patrizia Poli su Piccoli forse



Tratto dal blog Signora dei Filtri

La poesia sembra appartenere a un mondo che c’è già, ecco il senso di quella lettera minuscola all’inizio di ogni lirica nella silloge Piccoli forse di Angela Caccia. Il poeta opera un’azione di maieutica e tira giù le parole da dove esse vivono di vita propria, da un altrove che è già iniziato prima che leggessimo.
Piccoli forse, dunque, piccole possibilità che si traducono in poesie dedicate al padre, alla madre, all’arte, al poetare stesso, inteso come bisogno incontenibile ma anche rifugio. Il vizio di scrivere parole/è solo un mio punto di riparo. E ancora, affidarsi a un foglio/come a un ventre. La poesia protegge e genera allo stesso tempo.

mercoledì 19 luglio 2017

Storie di un tempo minore di Angela Angiuli


È come se lanciassimo qualcosa di noi -scardinato dalla nostra struttura che ci identifica, lontano da un linguaggio comune convenzionale- oltre noi: sarà questo un buon verso. Non cade, non scivola, ma siamo noi a lanciarlo in un immaginario oltre, perché viva di vita propria; una parte che ci appartiene ma che è giusto se ne differenzi per quel suo dire e raccontare aldilà dell’io che l’ha generato.
È il gusto di un momento di grazia: in una lingua impopolare, come inesplorata, un fiato d’anima -o chi per lei- nell’attimo in cui è stritolata o avvolta da braccia possenti.

Una considerazione che mi ha suggerito la lettura di questa BELLA silloge di Angela Angiuli, Storie di un tempo minore, edito dalla Fara di Alessandro Ramberti. Il titolo, a primo acchito, spiazza un po’, ma tutto si gioca su quell’aggettivo, minore, che -forse … probabilmente… - non indica qualcosa di inferiore ma di subordinato, non di marginale ma di giovane, sorgivo.
Sul retro della copertina, sette righe dell’autrice spiegano il motivo e l’ispirazione di questi versi succosi: un prosimetro

“Questo libro è stato scritto per il dolore di molti e per la vita che in tutti continua a circolare e a sporgerci in avanti, nonostante tutto. È stato scritto in dialogo d’intimo silenzio con Mino, fratello minore, che a 37 anni ha lasciato questa vita per l’Altra. Continuerà ad essere scritto in tutti coloro che leggendolo troveranno voce per tutto quello che in noi non ha suono”.

mercoledì 12 luglio 2017

Parole di un'anima di Antonio Bevilacqua



Parole di un’anima …  a leggerla, questa silloge, opera prima di Antonio Bevilacqua, ritornano come delle sensazioni: da dietro i vetri guardo la neve scendere, la ascolto, ogni fiocco si unisce al manto e, toccandolo, pare dia voce, per attimi, al silenzio assorto di cui è intriso il suo breve viaggio.

Piccole chicche dove la parola è talmente pesata e dosata che fa subito presa sul lettore -a lui spetta, poi, il compito di fare i conti con l’emozione rintuzzata e portare a finitura quei versi, dentro di sé. È la magia della poesia, la sua universalità: se chi la legge si ritrova, emotivamente gli appartiene, così diventa quasi un dettaglio il nome dell’autore.

Antonio Bevilacqua, un giovanottone di Cutro (Calabria), bello ed empatico, è stato attore “ha soggiornato per un periodo a Roma e nella città eterna ha affinato la sua ispirazione artistica potendo frequentare registi del calibro di Mimmo Calopresti, Pupi Avati, Pasquale Scimeca – importante il rapporto col Maestro Vittorio De Seta”. Ma quando -e se- si approda alla poesia, vuol dire raggiungere la consapevolezza di un’esigenza -congenita o acquisita nel tempo?... –, quella di avere un rapporto più profondo con le cose e, soprattutto, con un io che ha tanto da dire, da trovarsi e scovarsi, decifrare e decifrarsi.