domenica 18 giugno 2017

Alessandra Cerminara su Piccoli forse


LA SCRITTURA COME RISPOSTA CERTA

Quando ho incontrato Angela per la prima volta, mi ha subito raccontato la sua storia personale con la poesia, nata a suo dire dalla “giusta dose di frustrazione” derivante da un lavoro da impiegata. Leggendo in seguito Piccoli forse, l’ultimo “librino” (come lei con candida modestia lo definisce) di Angela Caccia, -ben venga- pensai -la frustrazione impiegatizia, se questi sono i frutti che produce! se anche la morte, limite ineluttabile dell’esistenza, ubriacata da un leggiadro girotondo di parole (lei che si fa beffa di tutti) subisce la beffa, il raggiro della forza eternatrice della poesia. È questa la prima istanza dei suoi versi: urtare il senso della precarietà e l’angoscia della perdita: perdita della bellezza, dell’amore, delle piccole grandi cose che conferiscono senso e sapore alla vita. Una vita che lei, Angela, coltiva tutti i giorni sul suo “grande terrazzo”, mescolando con le sue mani esperte “ai semini lucidi e lisci” anche i sentimenti, vero concime per la felicità. Nella silloge Piccoli forse “il cielo brucia più forte dell’inferno” e l’amore è segreto antidoto alla paura.  Il demone del tempo e la sua compagna morte vengono esorcizzati da versi asciutti e netti, in cui un “fiato che parla di bene” e un abbraccio restituiscono alla vita tutto il suo prorompente vigore.

giovedì 1 giugno 2017

Vincenzo D'Alessio su Piccoli forse


Dal Blog di Farapoesia

Il testamento ardente e sincero di una voce stupenda



La raccolta di poesie che reca il titolo Piccoli forse scritta da Angela CACCIA è divisa in quattro parti: “La torre campanaria”; “Dal grande terrazzo”; “Dalle sughere e dalle pietre” e  “Da una casa sull’albero”, esse formano una parte del testamento terreno della poeta. 
Giunta alla maturità, la parola poetica chiede alla Nostra un posto immemore nell’esistenza e nella scrittura: magma cogente da troppi anni in viaggio verso la luce. 
L’io guerriero gareggia con la parola distendendola nelle diverse direzioni: l’amore verso sé stessa; l’amore verso la persona amata, i figli, i genitori; ora l’amore verso i luoghi e la memoria, il mare e l’energia che lo governa. 
Non è facile seguire il racconto che si snoda nel labirinto della mente poetica: raggiungere le forme reali da quelle volutamente inventate per allontanare l’avversaria che emerge e compare già nella seconda poesia a pag. 16: 

“(…) (fosse tua la perdita, o mia, mi abituo / a declinare la parola morte, denominatore / che non fa sconti a chi resta)” 

martedì 30 maggio 2017

Alessandro Ramberti su Piccoli forse



È UNA FERITA LA BELLEZZA – Dal blog FARAPOESIA


“… mi abituo / a declinare la parola morte, denominatore / che non fa sconti a chi resta) // non chiedermi il perché / di questi adombramenti / il vento – a volte – ha carezze tristi” (p. 16). Se la morte, come ci ricorda Leopardi nelle Operette morali, è “nemica capitale della memoria” eppure ha care la Rime del Petrarca, trovandovi il suo Trionfo, la nostra vita – mutevole e precaria in vario grado e comunque a scadenza – non può che veleggiare umanamente in bilico fra essere e non essere (si veda la precedente raccolta Il tocco abarico del dubbio) e fare del “forse” una strategia di sopravvivenza. Certo rimane sempre aperta la prospettiva della fede, che ingloba l’incertezza e dà sostanza alla speranza, ma Angela Caccia sa ben essere ancorata anche alla quotidianità, con le sue fatiche (“… si viaggia tutti / con un’Itaca nel cuore e il puzzo / di un incendio domato addosso”, p. 34), le sue svolte inattese se non incredibili/incomprensibili (anche in senso positivo), le sue domande eterne che rimangono razionalmente senza risposta, se non appunto dubitativa o contraddittoria: “(quale dose di distrazione è concessa / perché il peccato si chiami buona fede?)”, p. 56; “e chissà se le stelle profilerebbero / il tuo volto se le legassi / con un tratto di matita”, p. 58; “i sogni, solo nuvole che s’azzuffano / – la realtà è da sempre dissidente – / ma non sarà un sogno a dilaniarti, / piuttosto il non crederci fino in fondo”, p. 73.

lunedì 29 maggio 2017

Lettera aperta


Toglierti dalla nicchia, sradicarti dal bordino dorato di un santino che ti fa Madonna di stelle e lontana anni luce, per invitarti a sedermi di fronte. Che senso ha inserirmi tra le più alte beatitudini, tra quelli che “crederanno senza vedere”, se sai bene che ho bisogno di farlo carne questo credo, di farlo ora e futuro prossimo, e anche passato, nella misura in cui potrò cambiarvi il finale.
Sai quante volte ti ho immaginato in un semplice abito di cotone… di quelli morbidi che lasciano intravedere le forme belle, senza accendere pensieri maschi, forme di donna più che di femmina anche se il tuo sguardo include entrambe. Ti chiamo perché tu sia in qualche modo di corpo, di voce e respiro, di capelli lunghi e legati alla nuca, di pelle morbida e soda, di mani semplici, di dita che conoscano il lavoro duro, senza unghia laccate. È un’impresa, lo so, ma ci provo ogni volta e a volte succede, succede che io parli e mi sembra di non parlare a vuoto. Conosco degli scrittori molto bravi a materizzare un semplice pensiero, e tu, che sei pensiero di fede, dovresti avere più forza e volontà a renderti presente al mio presente: ne ho blaterate troppe avemaria, ora ti sto chiamando, per nome e a parole mie …

sabato 27 maggio 2017

Eleonora Rimolo su Piccoli forse - LietoColle editore



La condizione infantile è quella che più spesso ci sembra di rimpiangere durante il corso della nostra esistenza: la crescita e la crudezza degli eventi della vita adulta ci spingono costantemente a tornare con la memoria alle origini di noi stessi e al bisogno di protezione che non smettiamo mai di patire, e che nel tempo si tramuta in desiderio d’amore. Il “bimbo di ieri” è dunque la piccola creatura che allattiamo al seno, ma siamo allo stesso tempo noi stessi che ripercorriamo strade antiche e che regrediamo verso l’utero primordiale, senza che “il tempo intacchi o deterga” il “richiamo inappellabile” della sola grande Madre. I versi di Piccoli forse di Angela Caccia (LietoColle 2017) traducono in poesia questo controverso senso di maternità e di amore per una terra che ci ha dato la vita (“terra mia terra /trama, identità, laccio carnale”), e in cui riconosciamo il principio di un rigenerarsi sempre uguale della natura, di fronte alla finitezza di noi uomini, vincolati da un’ “equazione” in cui le incognite sono il “suono” e il “mare”, antichi richiami di un Altrove sconosciuto, da dove proveniamo senza saperlo. Mentre però noi non siamo più piccoli, e resistiamo nell’ipotesi di un ritorno impossibile all’infanzia, altre vite nascono e vanno celebrate per la loro purezza: ecco quindi che la neonata Gaia è rappresentazione della “bellezza che torna e incanta” e l’immagine del piccolo Michele che prende il latte dal seno materno è un vero e proprio “schianto della tenerezza”.

venerdì 26 maggio 2017

Maurizio Rossi su Piccoli forse



Dal sito Poeti del Parco 


I “grandi dubbi” fanno grandi i drammaturghi e le loro opere; i “piccoli forse” che accompagnano l’agire quotidiano, testimoniano una continua ricerca della verità nel fare e disfare ed un’attenzione a sé e agli altri, senza presunzione.
La raccolta “Piccoli forse” Lietocolle, 2017di Angela Caccia si può leggere come un lungo racconto di un cammino, dove ogni passo è ricerca d’un equilibrio nuovo, senza appoggiarsi a segni di interpunzione – ridotti all’essenziale – né ad altri segni grafici: il senso ed il suono d’ogni parola è dettato da una scelta accurata, frutto di un lavorare poetico paziente e intenso.
“Dalla torre campanaria”, “Dal grande terrazzo”, “Dalle sughere e dalle pietre”, “Da una casa sull’albero”: sono le quattro sezioni della raccolta, che si offrono al lettore come diverse prospettive da altrettanti “spaziotempo” ed evocano plurime sorgenti del fluire di vita e di pensiero.

Dalla torre Campanaria
nel vento una campana/ piccole note a pioggia/ una lingua di vocali piane/ il sorriso che sboccia lento// -poi tace- gioca di sponda/ un silenzio perfetto e tuona in petto”

martedì 23 maggio 2017

Michele Luongo su Piccoli forse


Tratto dal sito VIACIALDINI

Il mondo che ci circonda è in continua evoluzione sostare nell’egoismo delle certezze è un chiudersi, inconsciamente, in un labirinto che diviene di giorno in giorno sempre più vuoto. I “Piccoli forse”, il nuovo lavoro poetico di Angela Caccia, edito da LietoColle, ci trasporta nei flussi delle strutture della cultura, le piccole incertezze divengono aperture nella fortezza-gabbia dell’ “Io”.

Forse l’inganno, forse la sincerità, forse la lealtà, forse la ragione, forse l’amore, forse la vita, forse … “ Dietro, pupille agitate / lunghi / corridoi dove ti chiamo, dove / ti cerco” , forse  “ Il cielo brucia più forte dell’inferno/ non chiedermi il perché”, forse, “ora tasto il terreno / per non pestare i silenzi importanti”.  Un chiaroscuro come la bella copertina del libro, opera di Erik Petersen “Bicycle Shadows”, ombre di persone e biciclette, una doppia immagine, una diversa prospettiva.

2' posto Premio Terre di Virgilio - Mantova 20.5.2017


venerdì 12 maggio 2017

Renzo Montagnoli su Piccoli forse - Il forse è d'obbligo



Piccoli forse
di Angela Caccia
Edizioni LietoColle
Poesia
Pagg. 79
ISBN 978-88-9382-026-4
Prezzo Euro 13,00


Il forse è d’obbligo

se mi chiedi un per sempre
ti rispondo forse
se (anche) il tuo infinito
è di tanti piccoli forse

potrei scegliere di camminarti
accanto. Forse


All’inizio del libro, prima ancora della eccellente prefazione di Davide Rondoni, ci sono questi sei versi, un’introduzione dell’autore alla sua opera, che già sono esplicativi della finalità dell’opera stessa, di questa indeterminazione che da sempre accompagna ogni essere umano nel corso di una vita la cui unica certezza è che non sarà eterna. Anche le precedenti sillogi di Angela Caccia non sono meri esercizi poetici, ma riflettono una continua analisi filosofica che coinvolge soprattutto il proprio “io”, ma che inevitabilmente si estende agli altri (e gli altri, non sono forse un complesso di tanti “io”, pur nella loro diversità?). In questa raccolta, forse più che in altre, la trasposizione delle riflessioni in versi è quanto mai varia e scandita con un ritmo pacatamente costante. Nulla viene gridato, ma nemmeno sussurrato, è un canto lento e assorto che qualsiasi orecchio può udire, che qualsiasi mente può comprendere. E’ solo così, infatti, che le mille incertezze, i perduranti e affioranti dubbi possono trovare una letterale forma e costituire la base di quell'ideale dialogo che si svolge fra poeta e lettore. La parola è l’unica certezza dell’autore e questa appare ricercata, non frutto di un istinto, bensì il risultato di un laborioso percorso con cui ciò che è nell'animo viene esplicitato per una maggiore e più coerente conoscenza.

mercoledì 3 maggio 2017

Nazario Pardini su Piccoli forse di Angela Caccia


dal Blog di Letteratura Alla volta di Leucade

Ho già avuto il piacere di respirare il profumo intricante e suasivo dei versi di Angela Caccia e già avevo posato l’attenzione sul suo dire nuovo, originale, ora apodittico e conclusivo, ora espanso e narrativo, insomma vario e articolato, atto a soddisfare le richieste  di un’anima zeppa di storie e vicende da mutare in poesia: memorie, sensazioni, emozioni, riflessioni, contaminazioni, indecisioni, coscienza dell’umana esilità, visione di un amore che si abbevera al secchio dell’esistere per farsi immensità, infinitezza sulla futilità dell’attimo. Ma si sa quanto sia difficile questa declinazione. La poesia richiede immagini fresche e cristalline, combinazioni sintagmatiche che colpiscano e scuotano il lettore per la loro incisività; per il loro effetto trainante nel lungo  cammino tra realtà e verità. E qui tutto questo c’è; esistono le fresche ed oscillanti acque di un ruscello che cercano il mare nel loro variegato cammino fra colline e pianure, fra inceppi, anche, che sembrano interromperne o ostacolarne il flusso. Come in un poema che non sempre scivola leggero e eufonicamente compatto; non sempre su vette di alta tonalità; se così fosse non si apprezzerebbe il Bello.  Un testo appetitoso che chiama all’attenzione, all’educazione del silenzio, alla concentrazione, alla riflessione, al gusto della Bellezza che chiede al poeta simbiotiche fusioni fra significati e significanti, fra vertigini intime e contenitori linguistici. E così mi  ero espresso a proposito di una mia recensione a un suo testo:“… Una verbalità di intrecci secchi e apodittici che si sfuma in una mèsse di parole pronte a fare del dubbio una verità di suoni e di radici in un sogno che neppure il giorno, con tutta la sua luce, riesce a rendere vero; a distoglierlo da una notte che incombe dato che la morte è privilegio per chi vive: