domenica 21 gennaio 2018

Un'insolita recensione o una (bella) poesia? ... - di Emanuela Imbrogno



" A chi conferma rotte
calando il piede
nella traccia buona
già calcata"

Mi specchio nelle sue orme
in questa sua visione di passi lasciati, di impronte che lasceremo.
Come i bambini misuro, spero d'avere piedi come punti.
Forse lungo il percorso, 
voltandosi mi troverà, 
al riparo o a proteggere dal sole.

giovedì 18 gennaio 2018

Il Prof. Nazario Pardini legge “Accecate i cantori” di Angela Caccia


Ho già avuto occasione di scrivere sulla poesia di Angela Caccia; di apprezzarne la voce genuina, ardita, generosa, fuori da schemi, da smarrimenti di sfogo intimistico; ella si riaffaccia alla scena letteraria con una plaquette editata per i caratteri di Fara Editore nell’ottobre del 2017, dove il gioco della parola si fa interessante con le sue sinestetiche intrusioni di pura intuizione creativa. Mi piace riportare una tranche del mio scritto sul suo Piccoli forse. Lieto Colle Editore. 2017: “…Una parola sempre accanto, vicina, disponibile ma ardita, intrepida, svincolata, di fattura umana e oltre, della cui compagnia la Caccia non può fare assolutamente a meno, dacché di essa si ciba; è essa che la conduce sulla strada della possibilità, verso un difficile approdo per una navigazione in mari folti di tenebra e di mistero…”

sabato 13 gennaio 2018

È la vita che detta versi - Claudia Piccinno


A chi conferma rotte/calando il piede/nella traccia buona/già calcata/a chi ne imprime di nuove/col coraggio e la solitudine/della prima orma.

Una dedica ch’è già poesia, questo l’incipit del volume della Caccia che affascina il lettore e gli preannuncia i temi: il coraggio e la solitudine, nel dettaglio oserei dire il coraggio delle donne e la solitudine delle donne “poetesse” che senza nulla togliere alla solitudine delle altre donne, io comprendo all’istante: “tra due solitudini/ resta un verso/ la chiacchera migliore.
In questa raccolta si respira nel magistero della parola anche la maieutica dei silenzi, tutto insegna a porsi in ascolto: poesia è quanto – d’amore /o dei suoi fallimenti – passa dalle mani/grandi silenzi acquattati tra le sillabe/– la voce, la voce è un tornare in pista – qui/sul foglio, resto negli argini di un bosco

Scorrono tra i versi contorni di boschi, stanze chiuse (ci sono stanze col solito tanfo di solitudine), case vuote…tutto allude a una reliquia il silenzio..e in quel silenzio vi è memoria dei tempi andati, la sacralità delle nostre pareti, ma vi è anche tanta solitudine, infatti perfino il raggio che cade dalle vetrate di casa tua /non tocca terra – e come Te – resta un’isola.

venerdì 12 gennaio 2018

Quel tocco di strazio - Dionisio Di Francescantonio


La poesia di Angela Caccia si concede raramente al grazioso, al bel verso d’effetto, pur obbedendo sempre alla musica che il succedersi dei versi deve produrre, e si tratta di una musica che trova il proprio ritmo anche dalle pause improvvise e dagli improvvisi silenzi che seguono a un interrogativo senza risposta, o a una risposta intuita ma lasciata in sospeso, per pudore di cadere nel consolatorio cui l’esperienza della vita, coniugata a un certo stoicismo, non consente di abbandonarsi. La sua poesia è un mettersi a nudo ma non senza pudore, dove lo scetticismo e la speranza si alternano e si negano continuamente l’una all’altra.

giovedì 4 gennaio 2018

La vi(s)ta nella parola - Carla Villagrossi


Mi piace pensare che la poesia di Angela Caccia voglia condurci in un percorso a occhi chiusi. Accompagnata dalle sue parole posso andare oltre il visibile, seguire un itinerario inaugurale di conoscenza. Posso immaginare realtà esterne (estranee) e scenari interiori che si rivelano nel procedere per strade lunghe bagnate di pioggia.[1]

L'autrice ci induce al sapere e al divenire seguendo il “dove” della parola  introspettiva. Stare con la poesia, stare nel racconto per non fermarci ai significati dello sguardo, così / la poesia è una tentazione / a lungo andare / un non fidarsi più degli occhi e frugare oltre.[2]
Le parole scorrono diventando esperienze relazionali, pensieri ispirati, visioni che si intrecciano e sfumano in melodia. Il verso emerge come prodotto della solitudine, generato, tuttavia, da una vocazione all'ascolto e al dialogo.

venerdì 29 dicembre 2017

Le parole sono «stanze dell'umano» - Guglielmo Peralta



     
      Il titolo di questa silloge poetica di Angela Caccia ci sorprende per la sua emblematicità. È un'affermazione categorica, che può lasciare, all'inizio, perplessi e con una domanda inevasa, sospesa e da soddisfare. Esso, addirittura, potrebbe sembrare un'aporia se non fosse una metafora e, in quanto tale, è paradigmatico e indicativo del "miracolo" della creazione, che dà la vista ai "ciechi", cioè ai poeti o cantori. Si tratta, dunque, di un titolo che può apparire "eretico", assurdo, impraticabile e che sembra negare, contraddire quel suo insito significato.  La "cecità" dei cantori è la loro vista interiore, la condizione necessaria affinché possano cantare, cioè sognare. Perché il canto è il sogno, la visione che si concede al loro sguardo e che non ha bisogno degli occhi. Se, dunque, i cantori possono fare a meno degli occhi, quale senso dare a quell'imperativo che li vuole ciechi, se non quello di sottolineare quanto la capacità immaginativa renda inutili e superflui i loro organi preposti alla vista; quanto la cecità sia ininfluente sul potere visionario dello sguardo e finisca, anzi, per esaltarlo. Non fu forse cieco Omero? E quale esempio migliore della sua cecità, che non gli impedì di essere poeta e vate! Sì. Bisogna essere ciechi per vedere. Perché il canto impone, anche a chi gode di un'ottima vista, di mettere il mondo in parentesi, affinché su questa sospensione si apra lo spettacolo oltre le quinte dell'occhio. Dunque, "Accecate i cantori" è l'esortazione ad "addormentare" i sensi e proclama il primato dell'immaginazione sulla percezione visiva.

giovedì 28 dicembre 2017

La ballata di Ester di Teresa Cuparo



Sarò la persona meno indicata a commentare il libro di Teresa Cuparo: non leggo narrativa da anni pur avendone fatto incetta fino a quasi trenta. È un pavimento, quello della narrativa, che sento troppo sdrucciolevole, avverto subito il tentativo di una “costruzione” e quanto sia lontana dalla realtà. Se proprio devo, concedo al nuovo e malcapitato romanzo 20/30 pagine: se mi prende, buon per noi, altrimenti lo defungo.

Al libro della Cuparo, La ballata di Ester edito da Emia, ho abboccato quasi subito -e quando dico abboccato ho dinanzi agli occhi l’immagine del pesce che si lascia convincere dall’esca- perché “impigliata” ad immagini e racconti audaci. Ma quella è solo l’esca: sono pagine -lo dico subito- che si prestano a diversi e interessantissimi livelli di lettura.

lunedì 18 dicembre 2017

Un solo filo conduttore: la vita vissuta - Giovanna e Carlo Ripolo


La vita è tutto ciò che ci portiamo dentro in modo più o meno e non sempre cosciente, attraverso un gioco continuo di ricordi e di rimozioni: l'amore, il piacere, i valori che danno senso, la condizione dell'uomo con le sue visioni pessimistiche e contrarie, le emozioni e le riflessioni del viaggiatore pellegrino su questa Terra, il mistero della morte e il confine fra due mondi che solo la pietà può congiungere, il ruolo degli oggetti "che spesso ridono dei comportamenti umani", il sogno, la realtà, la forza dei ricordi, la ripetitività, le abitudini, la coscienza del tempo e il suo incedere incessante, i pensieri in libertà e quelli trasformati in progetti...

domenica 17 dicembre 2017

Lucciole e pedalini - 16.12.2017 Circolo dei lettori di Crotone


Non so se mi convenga più scusarmi o ringraziare: non sono animale da palcoscenico, vivo con ansia le presentazioni dei miei libri che, tra l’altro, in questo periodo sono state magistralmente condotte -leggasi Giovanna Ripolo e Giusy Regalino (loro sì bucano lo schermo, la sottoscritta, al massimo, un pedalino!).
Forse è la gabella che paga chi è d’uso trascorrere troppo tempo col foglio bianco aspettando un io che lo spalmi di sé.
Ed è anche a quel foglio che implicitamente mi rivolgo: sapessi quanti occhi accesi ho visto ieri sera … una miriade di lucciole si spostava dalle mie ad altre pupille e poi ritornava; e tutte portavamo lo stesso messaggio: grazie grazie grazie!
Così come resto grata agli alunni del Liceo Classico Pitagora e al Circolo dei lettori di Crotone. A chi e quanti hanno saputo costruire questo gruppo culturale che ritengo sia una grande opportunità di crescita: Gabriella Cantafio, Giovanni Lentini, Antonio Santoro … cito pochi nomi -quelli che so- nella consapevolezza che siete tanti i martiri e gli eroi della cultura, di un’organizzazione, la Vostra, che ha il sapore della famiglia perché si colgono grandi i cuori che la reggono.